sito comunista internazionalista

… il proletariato, che non vuole farsi trattare come una canaglia, ha bisogno del suo coraggio, del suo orgoglio, della sua consapevolezza e della sua indipendenza, ancor più che del suo pane. K. Marx – F. Engels, 1847

La condizione dei lavoratori salariati non muta di fronte alla situazione abitativa nel capitalismo italiano – Seconda parte: La mutazione urbana al servizio del capitale

← Torna al sommario · Prospettiva Marxista n. 132 · Novembre 2026

Prospettiva Marxista n. 132 · Novembre 2026

Nel mettere a fuoco la situazione delle città di oggi e le loro problematiche e contraddizioni, i passaggi storici sono fondamentali, altrettanto fondamentale è la comprensione dell’utilizzo che le classi dominanti hanno fatto delle città per la loro ascesa e per il consolidamento del loro potere. Dalle prime civiltà ad oggi, la lotta di classe ha lasciato il segno. I primi insediamenti nomadi, i quartieri e le abitazioni sono oggetto di scontro tra classi, tra forze sociali che consolidano il loro potere e classi subalterne che subiscono le loro politiche. Nell’affrontare la mutazione delle città ci concentreremo sulla realtà europea e, nella fattispecie, sulla penisola italiana. In generale, con il passaggio dal nomadismo ad una popolazione più sedentaria, l’insediamento e la casa diventano il centro propulsore della civiltà umana e della riproduzione sociale. Nella polis greca e nella civitas romana, lo spazio urbano vede la divisione della società in classi (liberi e schiavi, patrizi e plebei). La città antica è la sede del potere politico, militare e sacrale, dove l’abitazione definisce lo status sociale dell’individuo all’interno della comunità. Nel modo di produzione feudale, il cuore pulsante dell’economia si sposta nella campagna e nel feudo, dove la terra è il mezzo di produzione primario e il servo della gleba è vincolato e parte di essa. Nascono gli insediamenti abitativi dove la popolazione si riorganizza attorno al borgo fortificato, alla cattedrale e al castello. Nascono e si espandono le prime grandi famiglie feudatarie, crescono e si alimentano conflitti con altre casate: «La città medievale quale si affermò nei secoli XI-XII in Europa fu invece un qualcosa di totalmente diverso. La città medievale non è un organo di un organismo più vasto, ma è un organismo a sé stante, fieramente autonomo, e in netta opposizione al mondo circostante»1. L’abitazione in città riflette la struttura corporativa: le case diventano anche botteghe e uniscono nello stesso luogo fisico la vita domestica, l’artigianato e l’organizzazione dei mestieri, sotto il rigido controllo delle corporazioni. È proprio all’interno del mondo feudale che la borghesia muove i suoi primi passi, sfruttando gli spazi mercantili di quel modello sociale. «Il trionfo politico e sociale di una classe borghese e cittadina con una peculiare scala di valori ebbe conseguenze rivoluzionarie anche in campo economico»2. La città torna a essere il polo dinamico della società: il comune medievale e la città rinascimentale diventano il luogo del commercio a lungo raggio e della nascita del capitale monetario mercantile. La proprietà urbana comincia a sfilarsi dai vincoli feudali per trasformarsi in merce e strumento di affermazione della nuova classe emergente. Con l’avvento del capitalismo, la città subisce una rottura radicale. Come evidenziato da Engels, la centralizzazione del capitale provoca la centralizzazione della popolazione: nascono le grandi città industriali. Qui la borghesia costruisce la propria egemonia, ma al tempo stesso genera il suo stesso cruciale antagonista: il proletariato. La città si scinde brutalmente in due mondi separati: da un lato i quartieri opulenti dei padroni, dall’altro le baraccopoli, i quartieri brutti e malfamati e le catapecchie dove la forza-lavoro viene ammassata e disciplinata per servire le macchine. «In queste grandi città, l’industria ed il commercio pervengono al loro più completo sviluppo, e dunque pur qui le loro conseguenze si mostrano nel modo più chiaro ed aperto in rapporto al proletariato. Qui la centralizzazione della proprietà è arrivata al punto più alto; qui sono distrutti completamente i costumi e le condizioni del buon tempo antico; qui si è andati abbastanza lontano per non poter più pensare al nome di Old merry England perché l’Old England non si conosce più nemmeno attraverso i ricordi e dai racconti dei nonni»3. Nel XXI secolo, questa traiettoria giunge alla sua fase più parassitaria. Le grandi città contemporanee non sono più soltanto i centri della produzione manifatturiera, ma si sono trasformate nel cuore pulsante della finanza globale e del capitale monopolistico-imperialista. L’immobile cessa di essere un semplice riparo o un bene primario per diventare parte di un’attività finanziaria, gestita da fondi di investimento nazionali e internazionali o anche da borghesia e piccola borghesia locale. In questo stadio supremo, la metropoli compie il suo ultimo atto autoritario: espelle fisicamente il proletariato dal tessuto urbano, trasformando il bisogno della casa in uno dei più spietati strumenti di attacco al salario da parte del parassitismo borghese. Con il passaggio al capitalismo monopolistico e finanziario, quindi in epoca imperialistica, la funzione della città cambia radicalmente. Le industrie pesanti lasciano spazio ai servizi, alla finanza e alla rendita immobiliare. Il proletariato cittadino, essendo classe sfruttata e non avendo potere politico ed economico, è costretto a subire le continue mutazioni della città che il capitalismo, con le sue classi dominanti, impone. Ancora una volta si afferma il principio della lotta di classe, che nell’attuale fase vede la classe borghese dominare e un proletariato gravemente indebolito anche a causa di decenni di ideologie proprietarie che lo hanno influenzato e che hanno trovato nello sviluppo di un welfare familiare un presupposto materiale.

La mutazione dei quartieri operai

Con lo sviluppo capitalistico si ebbe la creazione di città con interi quartieri operai, ma prima di arrivare a quelli che poi diventeranno vere costruzioni di alloggi per operai, il proletariato, scardinato dalle campagne, dovette affrontare la questione delle abitazioni con costruzioni di fortuna. Per esempio a Milano e nel suo hinterland il proletariato arriva da diverse parti dell’Italia, dal Veneto, come dal Meridione o dal Bergamasco. Sono operai che trovano lavoro ma non trovano le abitazioni, e anche all’inizio degli anni ’50, subito dopo il dopoguerra, le case a Milano hanno un prezzo non sempre accessibile. Contraddizioni di un sistema economico-sociale in forte espansione. Ci troviamo di fronte ad un mercato immobiliare molto ristretto, chiuso spesso ai meridionali ed è così che nella cintura della prima periferia milanese nascono i quartieri denominati Coree: «La Corea nasce come un insieme di casette monofamigliari popolate al massimo, esempi di architettura spontanea, col tetto quelle dei veneti, a terrazzo quelle dei meridionali perché al paese le case sono fatte così, e inoltre la casa si fa d’estate»4. Molto spesso queste Coree sono baracche abusive sorte, appunto, nei paesi limitrofi della grande città, come Sesto San Giovanni, Cinisello Balsamo, Bollate, Corsico o Cologno Monzese. Molto spesso questi paesi non avevano un Piano Regolatore, a Milano il Piano Regolatore venne approvato nel 1953. Negli anni successivi la conseguenza fu una forte immigrazione dal Sud Italia ma approvato il Piano Regolatore, come abbiamo visto, non è stata eseguita una politica di edilizia popolare che potesse realmente confrontarsi con le dimensioni del problema. Queste Coree venivano costruite direttamente dagli operai nel fine settimana o dopo il turno in fabbrica, in situazioni di estrema precarietà. Comprare un appezzamento di terreno in periferia era molto più conveniente che un acquisto o un affitto in città. Erano quartieri senza strade asfaltate, fogne, elettricità e acqua corrente. L’evoluzione del capitalismo italiano, pur rappresentando delle peculiarità, confermò appieno le leggi generali dello sviluppo capitalistico con le sue contraddizioni. L’anarchia della produzione e la conseguente distribuzione del capitalismo, tale è tanto nella sua ascesa e consolidamento quanto nella sua fase parassitaria e imperialistica. Espulsi dalle campagne meridionali dalla miseria e dalla ristrutturazione agraria, centinaia di migliaia di proletari viaggiarono in condizioni infami e disumane. Ad attenderli alle stazioni delle grandi città del Nord non c’era alcuna integrazione, ma il rigetto classista della borghesia cittadina, la speculazione dei locatori e il confinamento nelle baracche o nelle Coree di periferia. I contadini e i braccianti del Mezzogiorno affrontarono il viaggio verso le metropoli del Nord stipati in treni della speranza, i famosi Treni del Sole, viaggiando in condizioni materiali indegne, miserevoli e ai limiti del degrado umano, trattati dal capitale in espansione non come cittadini, ma come mera forza-lavoro grezza da deportare dove occorreva manovalanza a basso costo. Le fabbriche avevano bisogno di forza-lavoro ma le città non avevano le abitazioni adeguate per accogliere tali masse di operai. Appunto nella prima fase gli operai salariati trovarono una situazione dove le abitazioni erano carenti o troppo costose; la soluzione nell’immediato furono le baracche. Anche questo comparto del proletariato italiano venne messo al mondo con quelle conseguenze, quegli effetti, quelle contraddizioni tratteggiate da Marx nella descrizione della formazione del proletariato inglese: «Non era possibile che gli uomini scacciati dalla terra per lo scioglimento dei seguiti feudali e per l’espropriazione violenta e a scatti, divenuti eslege, fossero assorbiti dalla manifattura al suo nascere con la stessa rapidità con la quale quel proletariato veniva messo al mondo. D’altra parte, neppure quegli uomini lanciati all’improvviso fuori dall’orbita abituale della loro vita potevano adattarsi con altrettanta rapidità alla disciplina della nuova situazione. Si trasformarono così, in massa, in mendicanti, briganti, vagabondi, in parte per inclinazione, ma nella maggior parte dei casi sotto la pressione delle circostanze»5. Le città diventano col passare degli anni sempre più città industrializzate, con distese di quartieri operai che sorgevano vicino alla fabbrica, tipico assetto della fase di ascesa di un Paese capitalistico. La metamorfosi e le criticità di una rapida espansione delle città furono il diretto risultato dell’afflusso massiccio di proletari alla ricerca disperata di un lavoro, in un contesto generale dove una gestione di questo afflusso in base ai bisogni della forza-lavoro non si imponeva certo come una priorità per la borghesia e le sue istituzioni. Lo sviluppo dell’imperialismo italiano, così come di diversi imperialismi europei, portò ad un nuovo mutamento delle città. In Italia iniziò una fase di ristrutturazione, riguardante soprattutto le grandi fabbriche. Una ristrutturazione che vide l’espulsione dalle fabbriche di milioni di proletari che in linea di massima finirono per essere assorbiti nella crescita del lavoro terziario. Quartieri operai delle grandi città, per esempio Milano e Torino e le loro periferie, si trasformarono in quartieri residenziali senza più le fabbriche come centri produttivi. Erano gli anni ’80 e ’90 del secolo scorso, quando la parola delocalizzazione entrò a far parte del linguaggio politico dell’epoca. I proletari che entrarono nelle piccole e medie fabbriche presenti sul territorio vennero costantemente minacciati, e costretti ad accettare andamenti salariali al ribasso e condizioni di lavoro sempre più precarie. Le città diventano dormitori, le fabbriche sempre più piccole e lontane dal luogo di residenza. I quartieri operai storici iniziano a mutare. Scompaiono o vengono ridimensionati attraverso la gentrificazione, trasformando i centri urbani in vetrine per il mercato del turismo o abbandonando al degrado distese di fabbriche e quartieri, non funzionali ai nuovi progetti capitalistici. Con la dismissione o delocalizzazione delle fabbriche scompaiono i quartieri operai a Milano (Bovisa, Affori, Niguarda o Bicocca). Per restare a Milano, muta Sesto San Giovanni, con le sue storiche fabbriche come la Falck. Torino è investita dal declino della Fiat, oggi divenuta Stellantis. A Bovisa, l’espulsione della classe operaia non è avvenuta solo attraverso la speculazione finanziaria pura, ma tramite la “studentificazione” e la parassitaria rendita degli affitti brevi, spingendo il proletariato locale nei comuni della cintura. Il quartiere Isola, storico quartiere operaio nato alla fine dell’800, subisce una violenta ristrutturazione proprio all’inizio degli anni 2000, quando capitali stranieri e fondi speculativi fanno diventare il quartiere, insieme a Porta Nuova, l’area dei grandi grattacieli che hanno modificato lo skyline milanese. Qui si concentra l’alta finanza, spazi di consumo d’élite, negozi di alta moda e turismo di lusso. Qui si concentra anche una fetta importante del potere economico dell’imperialismo italiano. In questo spazio, dove un tempo vi erano fabbriche e abitazioni proletarie, oggi è sorto uno dei quartieri simbolo della rendita speculativa. Ma, sempre all’ombra di questi mostri di cemento, si sviluppa comunque un proletariato, diverso da quello degli anni ’50, ma comunque sempre una classe sfruttata nella dinamica capitalistica. Essa è schiacciata da una borghesia che pretende una città-vetrina tirata a lucido per turisti e mercati finanziari, ma che per funzionare ha disperatamente bisogno di questa forza-lavoro che spesso risulta mediaticamente e politicamente invisibile. Sono i facchini della logistica, i rider, i lavoratori delle pulizie e dei servizi, costretti a servire la metropoli di giorno e a esserne espulsi di notte. A luglio un’inchiesta di Repubblica, basata su una ricerca di PoliS, ha fatto emergere le pesanti condizioni in cui vive una parte consistente del proletariato all’ombra, appunto, delle grandi centrali del lusso: «C’è chi scarica camion prima dell’alba. Chi macina chilometri in bicicletta per consegnare un pasto. Mani ruvide confezionano abiti e borse destinati alle boutique del lusso. Guardie non armate passano ore davanti agli ingressi di banche e ospedali. È l’esercito invisibile, sono gli “schiavi” che fanno funzionare Milano, la capitale economica del Paese. Ma in molti casi la loro paga oraria non è neppure a due cifre. Secondo la ricerca di PoliS, centro studi della Regione Lombardia, nella città metropolitana sono oltre 200 mila, il 18,8% degli occupati. Dietro i grandi gruppi della logistica, i marchi del lusso, gli alberghi pieni, i grattacieli della finanza e i bilanci stellari della moda c’è una vasta fascia di lavoratori che continua a guadagnare troppo poco»6. Terminato un turno di lavoro massacrante di 10 o 12 ore, questi proletari vengono ricacciati in alloggi fatiscenti e sovraffollati. Qui il meccanismo del caporalato e dello sfruttamento non trova limiti: una parte consistente del loro già misero salario viene decurtata direttamente alla fonte con il pretesto di un affitto imposto e del cibo fornito dal padronato. Non si tratta di episodi marginali o anomali, ma della vera e propria ossatura materiale su cui poggiano i grandi progetti della metropoli finanziarizzata. A dimostrarlo in modo inequivocabile sono i riscontri emersi dall’inchiesta della procura di Milano, nel giugno di quest’anno, sull’impresa costruttrice statunitense Caddell, impegnata nella realizzazione della nuova sede diplomatica degli Stati Uniti a Milano. Emblematica è la testimonianza diretta di uno degli operai indiani impiegati nel cantiere: «Dai circa 1400 euro mensili ne vengono detratti 510 per l’alloggio, 370 per il cibo. Alla fine ce ne restano 520, ma lavoriamo tutti i giorni dalle 10 alle 12 ore, sei giorni su sette. Vale a dire 1,55 euro l’ora. L’anno scorso ci sottraevano 467 euro ogni mese, ora 510»7. Dietro la maschera del salario di 1.400 euro si nasconde un prelievo obbligato di 880 euro totali tra casa e vitto che riduce la retribuzione reale.

È il mutamento sociale di una città, che vede i salariati autoctoni, e di più lungo insediamento, in difficoltà a pagarsi una casa e il proletariato immigrato che, con caratteristiche differenti, affronta la stessa tenaglia che il capitalismo impone: bassi salari ma alte spese per un alloggio. Altre città hanno conosciuto un analogo percorso. Per esempio Roma, dove l’impatto è arrivato dal ridimensionamento del capitalismo di Stato oltre che dalla scomparsa di importanti industrie. È in atto a Roma, come in altre capitali di Paesi imperialisti, un processo di gentrificazione. Negli anni vi è stato uno svuotamento demografico dei centri storici con la scomparsa della classe operaia: «se nel 1931 abitavano in centro 425 mila residenti, questi si sono assottigliati progressivamente fino al 2009, quando se ne contavano ufficialmente 147 mila. Il dato percentuale è ancora più rivelatore: si passa infatti dal 45% a meno del 5%»8. Come afferma l’autore nel libro, la gentrificazione a Roma non è un fenomeno solo recente, è un processo che ha mosso i primi passi già negli anni ’50 e ’70 dello scorso secolo. Giovanni Semi riporta alcune ragioni che hanno fatto da volano per spopolare il centro di Roma, e lo fa riprendendo lo studio di Paolo Berdini (La città in vendita. Centri storici e mercato senza regole, edito da Donzelli nel 2008). L’espulsione delle classi operaie e popolari dal centro di Roma si è articolata lungo quattro direttrici:

il decentramento coatto delle classi operaie e popolari dalle zone sovraffollate createsi nel secondo dopoguerra verso una urbanizzazione più decentrata e periferica con quartieri dormitorio;

la prima erosione delle abitazioni a favore dei centri di comando del settore direzionale e burocratico;

la conversione dell’uso abitativo in rendita turistico-ricettiva a opera sia del capitale privato che del terzo settore e degli enti religiosi;

la svendita del patrimonio abitativo pubblico e degli enti previdenziali al privato e alla speculazione finanziaria.

A questo va aggiunto anche un mercato immobiliare per gli studenti universitari, la cosiddetta studentification, un mercato che ha estromesso le famiglie proletarie dagli affitti degli appartamenti per affittare più redditizie stanze agli studenti. Secondo quanto riporta Semi, a Roma ci sono più di 250 mila studenti universitari, di cui 50 mila fuori sede, una domanda che ha contribuito alla trasformazione delle condizioni sia dei contratti di locazione privata sia degli alloggi convenzionati. A questo ha fatto anche seguito un mutamento dei servizi e dell’urbanistica, creando veri e propri quartieri della movida dove prima alloggiavano operai. Un ruolo di primo ordine in questa trasformazione della città, non solo di Roma, l’ha svolto la piccola borghesia, che ha sfruttato il turismo per spostare in centro le proprie attività: «Il numero delle presenze turistiche è […] il doppio di quelle degli abitanti [del centro]. È del tutto evidente che le attività commerciali, lasciate senza alcun vincolo dalle leggi emanate nell’ultimo decennio, si orientano verso questa enorme massa erratica. Alcune strade sembrano enormi luna park uguali a quelle di ogni altra città. Pizzerie, gelaterie, paninoteche, e ogni sorta di offerta turistica hanno soppiantato le attività tradizionalmente legate alla residenza. Il centro storico si impoverisce e perde riconoscibilità»9.

La condizione dei salariati nelle grandi città è figlia di questi mutamenti, a cui si aggiunge la perdurante condizione di instabilità contrattuale e lavorativa. Ci sono componenti sociali borghesi e piccolo-borghesi, strati parassitari che soffocano il proletariato tra salari bassi e costi della vita ormai sotto molteplici aspetti inaccessibili. Certi quartieri cittadini sono ormai a uso e consumo dei grandi flussi finanziari, della speculazione finanziaria, della rendita. La città-vetrina, bella da vedere e far vedere ai giovani proletari, alle famiglie proletarie autoctone e immigrate, come modello da seguire ed a cui ambire. Nessuno, però, rivela la sostanza di fondo da cui la città è sorretta: una massa proletaria precaria, ricattabile, costretta ai margini di quelli che un tempo erano i quartieri operai pienamente integrati nel tessuto cittadino. Se da un lato i fatti del 17 e 18 ottobre a Milano, con proteste di piazza e fenomeni di distruzione e saccheggio di negozi nei lussuosi quartieri del centro, hanno manifestato i segni di un disagio della popolazione giovanile delle periferie e sono in ultima analisi l’espressione di profonde contraddizioni dello sviluppo, dell’organizzazione, dell’emarginazione urbana del capitalismo contemporaneo, dall’altro costituiscono l’ennesima riprova di come una autentica, risolutiva risposta a queste contraddizioni non possa rimanere confinata entro i limiti e le incoerenze di una sommossa che non diventa azione di classe, mobilitazione organizzata di classe. Una lotta collettiva che aggredisca veramente i nodi profondi delle moderne città del capitale e dello sfruttamento capitalistico non può sottrarsi all’impegnativo processo di formazione della coscienza di classe, non può prescindere dal percorso di crescita politica sulla base delle lezioni della storia della lotta di classe e delle sue dirette esperienze.

Note

1 Carlo M. Cipolla, Storia economica dell’Europa pre-industriale, il Mulino, Bologna 1974.

2 Ibidem.

3 Friedrich Engels, La situazione della classe operaia in Inghilterra, Edizioni Lotta Comunista, Milano 2011.

4 Franco Alasia, Danilo Montaldi, Milano, Corea. Inchiesta sugli immigrati, Feltrinelli, Milano 1975.

5 Karl Marx, Il capitale, Libro I, cap. XXIV.

6 Miriam Romano, “I duecentomila lavoratori schiavi che tengono in piedi Milano”, la Repubblica, 12 luglio 2026.

7 Giovanni Cortesi, «Le testimonianze degli operai del cantiere del Consolato Usa: “Dodici ore di lavoro a 1,55 euro l’ora e minialloggi condivisi con affitto coatto. E se parliamo ci torturano”», Corriere della Sera, 4 giugno 2026.

8 Giovanni Semi, Gentrification. Tutte le città come Disneyland?, il Mulino, Bologna 2015.

9 Ibidem.