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Patto interno e presidi esterni dell’imperialismo italiano

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Prospettiva Marxista n. 132 · Novembre 2026

Tra le peculiarità dell’imperialismo italiano la più radicata è una base di massa piccolo-borghese che ne condiziona le scelte, soprattutto quelle interne.

Nel cuore della prima Repubblica, accanto ai gruppi statali, allora più numerosi di oggi, operava una pletora di grandi aziende private, dalla FIAT alla Pirelli, dalla Montedison all’Olivetti. Su questa base una parte della grande borghesia poté coltivare l’ipotesi di appoggiarsi a un movimento operaio in ascesa e alle sue espressioni sindacali e politiche per ridimensionare il peso abnorme della piccola borghesia nella società, adeguare il capitalismo italiano ai livelli di competitività degli imperialismi più concentrati e plasmare a propria misura uno Stato più efficiente. Fallito quel progetto riformista, a metà degli anni Settanta, l’asse del patto sociale si è saldato stabilmente sull’intesa fra una grande borghesia, in prevalenza legata al capitale di Stato, e una variegata massa piccolo-borghese, un sodalizio che si regge sulla compressione dei salari, a scapito quindi del proletariato. Le privatizzazioni degli anni Novanta e il crollo dei partiti della prima Repubblica ne hanno cambiato gli interpreti e ristretto il perimetro del capitale di Stato, lasciandone intatta la sostanza.

Su questa alleanza di fatto, non priva di contraddizioni, poggia la declinante media potenza italiana, con un tessuto manifatturiero diffuso, pochi grandi gruppi industriali, in larga parte controllati dallo Stato, e un capitale bancario e assicurativo che negli ultimi anni si è fortemente concentrato, costretta a proiettarsi all’esterno per procurarsi energia, mercati e aree d’investimento per i propri capitali, e perciò a presidiare le linee da cui dipendono i suoi traffici.

Con il perdurare della crisi ucraina e il precipitare delle tensioni mediorientali, con la guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, le forze armate italiane sono state impegnate sia sul Baltico che all’imbocco del Mar Rosso. La proiezione esterna dell’imperialismo italiano è così messa alla prova su più teatri caldi (e il 29 ottobre un elicottero militare italiano è precipitato in Bosnia provocando quattro morti), fra un’instabilità internazionale crescente e prezzi delle materie prime in forte aumento. Contemporaneamente la stessa struttura socio-economica italiana pone all’esecutivo condizionamenti che discendono dal peso e dall’influenza delle diffuse frazioni della piccola borghesia.

Dal Baltico a Bab el-Mandeb

Nella notte fra il 14 e il 15 settembre due Eurofighter dell’Aeronautica, impegnati nella missione della NATO per la difesa aerea del Baltico, hanno abbattuto sopra la Lituania un drone di tipo Shahed entrato dalla Bielorussia. L’allarme è partito dal centro di comando aereo alleato di Uedem, in Germania, e in una ventina di minuti i piloti del 36° Stormo di Gioia del Colle, schierati dall’estate a Šiauliai con la Task Force Air «Baltic Thunder III», hanno raggiunto e distrutto un velivolo che puntava verso Ovest con un ordigno esplosivo a bordo. Per i caccia italiani era già il secondo intervento in poco più di un mese, quando ai francesi che li avevano preceduti nella stessa base era capitato una sola volta in quattro mesi1. Il drone è arrivato poche ore prima della visita di Guido Crosetto alla base, e se in pubblico il ministro della Difesa si è limitato a definire probabile la matrice russa, negli apparati della Difesa e dei servizi l’incursione è stata letta come un avvertimento rivolto a uno dei più tenaci sostenitori di Kiev nel Governo, a meno di due settimane dagli attacchi che la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, gli aveva riservato per avere preso come consulente l’ex ministro ucraino Mykhailo Fedorov2.

Il 28 agosto Crosetto aveva infatti nominato suo consulente per l’innovazione l’ex ministro ucraino della Trasformazione digitale e poi della Difesa, silurato da Zelensky a luglio dopo lo scontro con i vertici militari, e Fedorov a Roma aveva già iniziato a discutere di droni, di intelligenza artificiale applicata alla guerra e di difesa aerea, promettendo di aiutare l’Italia ad adottare le moderne tecnologie belliche e a potenziare la propria industria della difesa3. Le formazioni della sinistra extraparlamentare che hanno inneggiato alla «resistenza ucraina» possono misurare su questo caso dove conduca, in concreto, la scelta di un campo nella guerra fra imperialismi, perché il giovane ex ministro delle piattaforme digitali e delle start-up militari è oggi portato in palmo di mano dall’apparato militare italiano, e per giunta consigliere di un ministro che fu tra i fondatori di Fratelli d’Italia.

Negli stessi giorni il ministro della Difesa, d’intesa con il capo di Stato maggiore, sceglieva «di non aspettare che sia Aspides a decidere se le navi possono passare o meno» e affidava alla Marina la scorta delle navi italiane in transito a Bab el-Mandeb4, perché la missione europea, a comando greco, dispone di due sole fregate lanciamissili e di un bilancio iniziale di 42 milioni di euro, troppo poco, a giudizio di Crosetto, per uno stretto da cui transita circa il 10% del petrolio trasportato via mare, in un quadrante dove passa quasi il 30% del traffico container fra Asia ed Europa. Intanto un attacco attribuito agli Houthi contro la base saudita di Ta’if danneggiava a terra uno degli Eurofighter che l’Aeronautica schiera nella regione.

Sul Baltico l’Italia si muove dentro l’Alleanza atlantica, e la presenza offre alla borghesia italiana maggiori garanzie di entrare attivamente nella spartizione della ricostruzione ucraina. Nel Mar Rosso l’imperialismo italiano agisce in proprio, come quello francese, che invia soldati e radar a Yanbu, sulla costa saudita, a protezione di impianti petroliferi, e mentre la Marina scorta i mercantili nazionali il Governo chiede semmai all’alta rappresentante dell’Unione, Kaja Kallas, di rafforzare Aspides e di dividerne i costi, di far pagare insomma alla Ue la protezione di un interesse nazionale.

L’Artico, Suez e l’atomo

A metà settembre, negli stessi giorni in cui gli Houthi minacciavano il transito nello stretto di Bab el-Mandeb, la prima portacontainer sudcoreana raggiungeva l’Europa per la rotta artica, che la fusione dei ghiacci apre ormai per alcune settimane l’anno e sulla quale Pechino progetta una «Via della Seta polare». La nave PanStar Acro è approdata a Felixstowe, in Inghilterra, dopo aver costeggiato la Siberia, e il presidente sudcoreano Lee Jae-myung si è congratulato con l’equipaggio per aver inaugurato una rotta storica. I viaggi per quella rotta sono oggi meno di duemila l’anno, contro i dodici-ventitremila che uno studio dell’Università di Pechino pubblicato su Nature Communications prevede per il 20505. La scorciatoia polare corre lungo coste che la Russia presidia con i rompighiaccio nucleari di Rosatom, e la Cina la vuole come ramo settentrionale delle proprie vie commerciali, il che contribuisce a spiegare l’attenzione e le pressioni degli Stati Uniti sulla Groenlandia.

Per i porti italiani, la cui fortuna dipende dalla centralità del Mediterraneo sulla rotta di Suez, anche uno spostamento parziale del commercio fra Asia ed Europa verso il Nord sarebbe un’ulteriore perdita di rango prima che di traffico commerciale. In condizioni normali dallo stretto del Mar Rosso transita almeno il 60% dell’export italiano verso l’Asia, e il Governo teme di veder deviare le merci intorno all’Africa fino ai porti del Nord Europa, da cui risalirebbero su gomma verso il resto d’Europa.

Il 17 settembre Meloni è andata a Oslo, capitale del quarto fornitore di gas dell’Italia, con Saipem, Fincantieri e Leonardo alla cena di lavoro e sul tavolo le esplorazioni che l’Eni conduce nell’Artico attraverso Vår Energi. Era la prima visita in Norvegia di un capo del Governo italiano da quasi quindici anni. All’incontro con i vertici di Equinor, Aker, Kongsberg e Statkraft i dossier andavano oltre il gas e comprendevano la fusione della Saipem con Subsea 7, in attesa del via libera di Bruxelles, che potrebbe farne il secondo gruppo mondiale dei servizi energetici, la difesa antibalistica di Leonardo e i rompighiaccio con nuovi propulsori della Vard, il gruppo cantieristico che Fincantieri controlla in Norvegia, mentre Meloni indicava nel giacimento di terre rare di Fen la prossima frontiera della cooperazione6. L’Italia presidia militarmente la via di Suez e intanto si procura per via diplomatica un piede nella regione da cui potrebbe venire la rotta che la aggira.

Sul terreno energetico il Governo rilancia inoltre il ritorno al nucleare, un progetto delicato e dai tempi tecnici lunghi, con cui prova a rispondere alle pressioni della base industriale manifatturiera, sulla cui redditività pesa maggiormente il costo dell’energia. Il 23 settembre il Senato ha approvato in via definitiva la legge delega sul «nucleare sostenibile», che dà all’esecutivo un anno per disciplinare piccoli reattori modulari, scorie e autorità di sicurezza, e il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin indica il 2033-34 per le prime centrali. Nessuna bolletta ne sarà toccata prima del prossimo decennio, e il senso della legge sta in un programma di accumulazione fatto di commesse pluridecennali garantite dallo Stato, con al centro i gruppi a partecipazione pubblica e i grandi appaltatori, Enel, Ansaldo Energia e Leonardo riuniti in Nuclitalia, ma anche Edison e la francese EDF (Électricité de France), che con Webuild e Saipem puntano a un primo reattore entro il 2035. La borghesia italiana si avventura su questa strada, irta di inciampi, appoggiandosi a intese con frazioni industriali francesi che in questo settore non hanno mai abbandonato il campo e vi dispongono di un vantaggio tecnologico e finanziario tale da fare della borghesia italiana, in queste intese, il socio minore. Spenti i reattori dopo il referendum del 1987, quasi quarant’anni fa, la filiera produttiva italiana è comunque sopravvissuta in parte lavorando con l’estero, e nel 2022, quando dodici reattori francesi si fermarono per la corrosione delle tubazioni e nessuna impresa d’Oltralpe si fece avanti per i ricambi, a fornirli furono due aziende italiane, Tectubi Raccordi e Ibf.

Bilanci e conti

Il 13 ottobre le Camere hanno autorizzato uno scostamento di 29 miliardi in due anni per difesa ed energia, e la sera stessa il Governo ha varato il Documento programmatico di bilancio, che per il 2027 indicava una manovra lorda di circa 23,5 miliardi, un deficit che dal 2,9% del PIL di quest’anno risale al 3,4% e un debito al 138,5%. La procedura europea per deficit eccessivo rimane aperta, perché il disavanzo del 2025 si è fermato al 3,1%, e l’attivazione della clausola nazionale di salvaguardia attende l’Ecofin di novembre, ma la Commissione ha già dato il suo assenso e la legge di bilancio approvata il 28 ottobre dal Consiglio dei ministri è salita a 26 miliardi, finanziati per oltre la metà in disavanzo fra difesa ed energia. Per il resto la manovra è fatta di quelli che la stessa Meloni chiama «segnali» a categorie precise, giovani, anziani, partite IVA, commercianti, agricoltori, e i più nitidi vanno ai ceti proprietari, perché la soglia del regime forfettario, la flat tax degli autonomi, sale da 85.000 a 100.000 euro di ricavi, la cedolare secca sugli affitti a canone concordato scende dal 10 al 5%, quella al 21% si estende ai negozi e l’aliquota Irpef del 33% si allunga fino a 55.000 euro. Per le coperture si chiedono 5 miliardi a banche e assicurazioni, e la premier si è detta certa che gli istituti capiscano un Governo «che cerca di dare una mano ai cittadini che hanno più bisogno»7.

Il taglio dell’Irpef e il forfettario sono le bandiere con cui Forza Italia e Lega rispondono al loro zoccolo duro, i contribuenti con redditi medio-alti e le partite IVA, e la nuova soglia del forfettario, che costa 260 milioni, segue quella con cui nel 2023 lo stesso Governo l’aveva già alzata da 65.000 a 85.000 euro. Lo sconto Irpef, che vale al massimo 500 euro l’anno, non dà nulla a chi dichiara meno di 50.000 euro e, per il meccanismo stesso dell’imposta, trascina il risparmio fino ai redditi più alti8. Con il nuovo scaglione un lavoratore dipendente con 55.000 euro di imponibile verserà 15.350 euro di Irpef, più le addizionali, e un professionista forfettario con 100.000 euro di compensi, quasi il doppio, non pagherà più di 11.700 euro di imposta sostitutiva, calcolata su un imponibile già abbattuto per legge del 22% e dal quale si deducono ancora i contributi previdenziali.

Sulla quota militare il patto interno ha dettato le sue condizioni alla proiezione esterna. Secondo il Corriere della Sera, Meloni ha imposto a Crosetto un taglio di 8 miliardi rispetto agli impegni assunti, per non aprire un fronte con la Lega né offrire un argomento a Roberto Vannacci9. Di “pacifismo” non c’è traccia, visto che la spesa militare continua a salire, e il taglio misura piuttosto la concorrenza per le stesse risorse, perché ogni miliardo in più alla difesa è un miliardo in meno per altre misure, per l’abolizione del bollo auto (misura elettorale interclassista), per l’estensione della flat tax degli autonomi e per le concessioni alle numerose lobby piccolo-borghesi (come i finanziamenti strappati in pochi giorni dai proprietari e conducenti di tir dopo le proteste per il caro carburante).

Un imperialismo di medio rango, impegnato a presidiare due fronti esteri, deve così contrattare ogni miliardo con quelle mezze classi proprietarie su cui si regge il suo consenso interno.

Nell’ultima legge di bilancio della legislatura la base piccolo-borghese mostra tutto il suo peso, se per onorarla, con la procedura europea aperta e oltre metà della manovra finanziata in disavanzo, il Governo arriva a far pagare una frazione del grande capitale, le banche e le assicurazioni. Ne emerge però anche il limite della mediazione fiscale che la tiene legata all’esecutivo, perché la leva del fisco premia subito la rendita immobiliare e il lavoro autonomo, ai quali basta un’aliquota, mentre la piccola e media manifattura del Nord, che si gioca la sua sorte sul prezzo dell’energia, deve accontentarsi della quota energetica della clausola europea, 3,5 miliardi in quattro anni per le piccole e medie imprese, vincolati a nuova capacità rinnovabile, e 2,5 miliardi per le energivore10, e di un tetto al prezzo del gas pagato dalle centrali, rinviato di qualche giorno quando il metano era appena tornato sopra i 100 euro al megawattora. A quella frazione Futuro Nazionale promette di riaprire i rapporti con Mosca, e su questo crinale il patto interno entra in contraddizione con i presidi esterni. Al lavoro dipendente, che con le pensioni fa l’84,6% del reddito complessivo dichiarato, resta la parte del contribuente certo, quello che paga prima ancora di ricevere lo stipendio.

L’inflazione, secondo i dati definitivi dell’Istat, a settembre è salita al 4,2% annuo, il livello più alto da tre anni, trainata dai beni energetici, cresciuti del 22,6%, e dagli alimentari non lavorati, saliti del 5,5%. Il Sole 24 Ore l’ha paragonata all’alcol, che nell’immediato giova ai conti pubblici gonfiando entrate e PIL nominale e solo più tardi presenta l’emicrania delle voci indicizzate e degli interessi11, e nell’intervallo fra l’ebbrezza e l’emicrania si compie un trasferimento a carico del salario, a beneficio dell’erario, delle frazioni borghesi legate all’energia e di tutte quelle che riescono a ribaltare gli aumenti alzando i prezzi ai propri clienti.

I salari non tengono il passo, e secondo l’OCSE quelli reali italiani erano ancora inferiori del 6,1% ai livelli dell’inizio del 2021, il divario più ampio fra le grandi economie dell’area, e quest’anno torneranno a calare per il nuovo rincaro energetico. Il caro-energia entra senza mediazioni nel riscaldamento, nei trasporti e nella spesa delle famiglie operaie, il drenaggio fiscale preleva una quota crescente di salari nominali che inseguono i prezzi, e la vera manovra l’ha già fatta l’inflazione, senza bisogno di alcun voto parlamentare.

Il Governo ha risposto con un occhio alle urne, offrendo sconti sui carburanti ottenuti dalle compagnie per «moral suasion» e l’abolizione, dal 2027 e ora in via strutturale, del bollo sulle auto e moto di minore potenza, una delle poche imposte sul patrimonio, il cui mancato gettito ricadrà sulla fiscalità generale e quindi in gran parte sui lavoratori dipendenti. La misura sui carburanti ha una logica che la Welt coglie con acutezza, osservando che un tetto «volontario» ai prezzi è possibile solo dove un campione nazionale controlla l’intera filiera, dall’estrazione al distributore, come l’Eni in Italia, di cui lo Stato detiene quasi un terzo dei diritti di voto, o TotalEnergies in Francia, mentre in Germania Aral e Shell lo hanno respinto12. Per un gruppo di questo tipo rinunciare a una parte dei profitti costa meno che subire un’eventuale tassa sugli extraprofitti, così lo sconto alla pompa diventa la moneta con cui il capitale di Stato si compra l’esenzione dal prelievo, e il Governo può presentarsi come protettore dei consumatori senza aver davvero toccato la rendita energetica, alla quale la manovra chiede appena 700 milioni di Irap in più.

Governabilità per legge elettorale?

Quello di Meloni è divenuto il Governo più longevo della storia repubblicana, ma la sua stabilità non si è tradotta finora in alcuna riforma dello Stato, con il premierato abbandonato, l’autonomia differenziata rimasta lettera morta e la separazione delle carriere dei magistrati respinta dal referendum di marzo. Al loro posto è arrivata la legge elettorale, approvata in via definitiva dalla Camera l’8 ottobre con 227 voti favorevoli e 164 contrari, che assegna alla coalizione capace di raggiungere il 42% un premio di 70 deputati e 35 senatori, fino a un massimo di 220 seggi alla Camera e 113 al Senato, e obbliga le coalizioni a indicare un candidato alla presidenza del Consiglio, al punto che il costituzionalista Fulco Lanchester l’ha definita su Le Monde una «riforma costituzionale mascherata»13.

Ma la legge era stata concepita prima che Vannacci irrompesse sulla scena, e la maggioranza l’ha portata a termine senza ritoccarla quando Futuro Nazionale già la insidiava nei sondaggi, con il risultato che il suo meccanismo rischia di rovesciarsi contro le intenzioni dei promotori. Nella Supermedia AGI-YouTrend del 15 ottobre il centrodestra senza Futuro Nazionale è stimato al 42,9% e il campo largo del centrosinistra al 43,1%, con il partito del generale dato al 7,2%, potenziale ago della bilancia14. Poiché il premio spetta alla coalizione che arriva prima oltre la soglia, la legge che doveva rendere superflui gli alleati scomodi li rende indispensabili, e consegna una delle chiavi della governabilità proprio alla formazione che sta scomponendo la stessa coalizione al Governo.

Questi subbugli nel centrodestra esprimono una scomposizione e ricomposizione della rappresentanza politica della piccola e media borghesia settentrionale e del lavoro autonomo, strati stretti anche da un costo dell’energia che per la manifattura è quasi il doppio di quello dei concorrenti francesi e spagnoli. Futuro Nazionale riprende con forza l’esigenza, diffusa in molta imprenditoria italiana, di riallacciare i legami economici recisi con la Russia, un’istanza già ben presente nella stessa Lega di Salvini, in evidente crisi esistenziale.

La Lega, nata come sindacato territoriale di questi strati borghesi del Settentrione contro il potere centrale di Roma, è stata trasformata in partito nazionale da Salvini, ma l’operazione si può dire politicamente fallimentare. Dopo mesi di contestazioni dei dirigenti lombardi e veneti il segretario si è dimesso il 12 ottobre per ricandidarsi al congresso straordinario convocato a Milano per il 24 e 25 ottobre, mentre i governatori chiedono di tornare al Nord e Futuro Nazionale resta, nei sondaggi, davanti alla Lega. Salvini è stato poi rieletto segretario con il 76% dei voti, ma i nodi politici restano tutti da sciogliere, e un’eventuale débâcle elettorale aprirebbe con ogni probabilità la resa dei conti finale.

Due piazze, due misure

A metà ottobre, nello spazio di una settimana, le piazze hanno impartito una notevole lezione dal vero sul modo in cui si manifesta politicamente la connotazione sociale del capitalismo italiano.

Il 16 ottobre il «No Meloni Day» degli studenti, contro la guerra e per gli investimenti nella scuola anziché nella difesa, ha contato, secondo gli organizzatori, 400.000 partecipanti. Nel fine settimana successivo, su un piano del tutto diverso, il centro di Milano è stato invaso da gruppi di giovanissimi, richiamati da chat e video, che hanno sfondato vetrine e saccheggiato negozi. Dei 271 accompagnati in questura la domenica, 220 erano minorenni, molti di seconda generazione, figli di quella forza-lavoro immigrata che regge interi comparti dell’economia milanese. Il sottosegretario leghista all’Interno Nicola Molteni li ha liquidati come «maranza», in un solo fascio con i centri sociali e la sinistra, la Lega ha rilanciato la proposta di negare la cittadinanza ai giovani condannati per alcuni reati, e a Ferrara il sindaco leghista ha creato nella polizia locale un «Nucleo anti maranza». Il 20 ottobre il Governo ha risposto con un nuovo decreto sicurezza, che presume capaci di intendere e di volere, fino a prova contraria, i ragazzi dai quattordici anni, estende ai minori l’arresto in flagranza differita, sanziona i genitori, punisce fino a dodici anni chi organizza anche attraverso i social la violenza di gruppo nelle manifestazioni e manda a Milano altri 500 militari, mentre il principio del «chi rompe paga» si traduce in un decreto ingiuntivo immediato a favore dei negozianti con le vetrine infrante. Presentando il decreto, Meloni distingueva la violenza da «chi manifesta pacificamente per chiedere risposte», e fra questi metteva i trasportatori15.

Nelle stesse ore, nel Mezzogiorno, un’altra piazza stava infatti fermando una parte del Paese. Finito il 5 ottobre il taglio delle accise, con il gasolio sopra i 2,25 euro al litro, i piccoli autotrasportatori del Sud, riuniti in comitati estranei alle federazioni nazionali, hanno bloccato per una settimana caselli autostradali e porti da Caserta a Gioia Tauro, da Palermo a Messina, svuotando gli scaffali dei supermercati, lasciando a secco i distributori e fermando pastifici e lo stabilimento Stellantis di Atessa, fra gomme tagliate e minacce agli autisti che volevano ripartire. Il Viminale ha identificato 1.339 camionisti e ne ha denunciati 71, la polizia ha scortato centinaia di camion, a cominciare da quelli delle imprese associate a Confindustria, ma il Governo ha soprattutto aperto il tavolo, e in meno di una settimana ha concesso quanto la categoria chiedeva da maggio. Il 20 ottobre Salvini ha promesso lo sblocco immediato dei crediti d’imposta stanziati e mai erogati, il 22 un Consiglio dei ministri straordinario ha varato un decreto da 175 milioni, 105 dei quali in crediti sul gasolio per i camion e il resto per agricoltura e pesca, con la sospensione fino a marzo 2027 delle rate di leasing per le imprese medio-piccole escluse dai crediti e l’obbligo di riconoscere il costo del carburante anche nei contratti stipulati a voce, e il viceministro Edoardo Rixi ha annunciato lo sblocco dei 590 milioni per il rinnovo dei mezzi, con la precedenza a chi guida ancora i camion più vecchi, su cui Bruxelles aveva sollevato obiezioni16. Soltanto a decreto approvato la Commissione di garanzia sugli scioperi ha chiesto la precettazione.

Il centrosinistra si è mosso sullo stesso terreno, cercando di occuparlo meglio della destra. Il Partito democratico e il Movimento 5 Stelle, che all’inizio avevano sottovalutato proteste spontanee e di colore politico indefinibile, vi hanno poi scoperto un serbatoio di malcontento da non lasciare al solo Governo. Giuseppe Conte è andato fra i camionisti di Maddaloni, Elly Schlein ha rilanciato la proposta dei gestori delle pompe di un tetto dinamico ai prezzi, bollando come un problema di concorrenza gli sconti concessi dai grandi gruppi petroliferi, il presidente della Puglia Antonio Decaro si è fatto mediatore per portare i comitati al tavolo di Salvini, i sindaci di Bari e di Napoli hanno sollecitato il Governo ad anticipare l’incontro, e a decreto approvato il Pd, che chiedeva un tetto al prezzo di benzina e gasolio, lo ha giudicato del tutto inadeguato, mentre per Conte si trattava di briciole.

In una settimana lo Stato ha così mostrato le sue due misure. Ai giovanissimi delle periferie, in larga parte di estrazione proletaria, ha riservato l’imputabilità presunta dai quattordici anni, l’arresto in flagranza differita, le sanzioni ai genitori, altri cinquecento militari e, per bocca della Lega, la minaccia sulla cittadinanza; ai padroncini che per una settimana hanno fermato mezzo Mezzogiorno, fra gomme tagliate e minacce agli autisti, un tavolo, 175 milioni e la patente di manifestanti pacifici.

Le vetrine del centro e il gasolio dei padroncini hanno trovato, a destra come a sinistra, chi ne prendesse le parti, e fra le due coalizioni la differenza si è ridotta alla dose di prevenzione da affiancare alla repressione verso i giovanissimi delle periferie e alla misura del sussidio da promettere ai padroncini.

La campagna elettorale sarà una gara fra due schieramenti politici per accaparrarsi il consenso della piccola borghesia, e nessuno dei due metterà in discussione i presidi esterni dell’imperialismo italiano. Il proletariato vi entra senza essere rappresentato da alcuno dei contendenti, e da questa constatazione deve partire chi intende costruirne l’autonomia politica.

Note

1 Rinaldo Frignani, “L’allarme dalla Germania, il decollo dei due Eurofighter e la distruzione in 20 minuti”, Corriere della Sera, 16 settembre 2026.

2 Lorenzo De Cicco, «Difesa e servizi intravedono la mano del Cremlino. “Un messaggio al ministro”», la Repubblica, 16 settembre 2026.

3 Marta Serafini, «Fedorov incontra Crosetto, sarà consulente per la Difesa. “Aiuterò l’Italia a innovare”», Corriere della Sera, 29 agosto 2026.

4 Davide Frattini, Rinaldo Frignani e Marco Galluzzo, “Navi e jet, i due fronti dell’Italia”, Corriere della Sera, 18 settembre 2026.

5 Elena Comelli, “Artico, la pressione ambientale del commercio globale”, Il Sole 24 Ore, 1° ottobre 2026.

6 Manuela Perrone, “Missione di Meloni a Oslo, al centro energia e sicurezza”, Il Sole 24 Ore, 18 settembre 2026.

7 Andrea Ducci ed Enrico Marro, «Via alla manovra da 26 miliardi. “La metà in deficit, c’è l’ok della Ue”», Corriere della Sera, 29 ottobre 2026.

8 Roberto Rotunno, “Irpef e flat tax, l’aiutino di FI e Lega a redditi più elevati e partite Iva”, Il Fatto Quotidiano, 29 ottobre 2026.

9 Simone Canettieri, «“Non un euro in più”. E Meloni convince Crosetto a un taglio di 8 miliardi», Corriere della Sera, 3 ottobre 2026.

10 Celestina Dominelli e Marco Mobili, “Energetici, conto Irap più salato: l’addizionale 2027 sale al 5 per cento”, Il Sole 24 Ore, 29 ottobre 2026.

11 Manuela Perrone e Gianni Trovati, “Meloni a Von der Leyen: contro i prezzi più flessibilità per imprese e famiglie”, Il Sole 24 Ore, 1° ottobre 2026.

12 Daniel Wetzel e Daniel Zwick, “Aral, Shell & Co. lehnen freiwilligen Preisdeckel ab”, Die Welt, 1° ottobre 2026.

13 Allan Kaval, “Une réforme électorale déterminante pour Meloni”, Le Monde, 2 ottobre 2026.

14 “Supermedia: Vannacci frena ancora, il centrodestra tallona il campo largo”, AGI, 15 ottobre 2026, https://www.agi.it/politica/news/2026-10-15/supermedia-vannacci-calo-centrodestra-tallona-campo-largo-39544900/

15 Marco Cremonesi, «La stretta su minori e cortei. “Nuove pene fino a 12 anni”», Corriere della Sera, 21 ottobre 2026.

16 Claudia Voltattorni, «Tir, dal governo 105 milioni di aiuti. “Ma non tolleriamo intimidazioni”», Corriere della Sera, 23 ottobre 2026.