← Torna al sommario · Prospettiva Marxista n. 132 · Novembre 2026
Prospettiva Marxista n. 132 · Novembre 2026
Negli ultimi decenni, i salari nella Repubblica Popolare hanno registrato una crescita costante, spinti dall’espansione del Pil e dal generale miglioramento delle condizioni di vita. Oggi la Cina si colloca nella fascia media della scala salariale globale: i lavoratori cinesi percepiscono retribuzioni da quattro a cinque volte superiori rispetto a quelle dei proletari di India o Vietnam, pur rimanendo nettamente al di sotto dei livelli di economie avanzate come quelle di Giappone, Corea del Sud o Stati Uniti. Queste medie nazionali, per quanto indicative, rischiano di non essere esaustive se prescindono da un’analisi del reale costo della vita e delle marcate divaricazioni economico-sociali interne. Per il capitale internazionale risulta comunque ancora redditizio investire in Cina, dove il costo complessivo del lavoro rimane contenuto e il costo della vita è inferiore di circa il 40-55% rispetto ad una realtà come quella statunitense. A Shanghai, ad esempio, l’affitto medio equivale a circa la metà di quello di New York, i beni alimentari costano un terzo e il trasporto pubblico è più economico del 70-80%. Questo divario tende però a restringersi nelle metropoli cinesi di primo livello per specifiche categorie di beni di consumo, come le merci di importazione.
Divari e disuguaglianze salariali
Secondo i dati del National Bureau of Statistics, il salario medio annuo nelle unità urbane non private arriva a 124.110 yuan (circa 17.237 dollari), pari a 10.343 yuan al mese, mentre nelle imprese private urbane la media si attesta a 69.476 yuan all’anno (9.649 dollari), equivalenti a circa 5.790 yuan mensili. Pur essendo la seconda economia mondiale per Pil nominale, la Cina presenta ancora livelli salariali estremamente frammentati in base ad aree geografiche, settori manifatturieri o forme di proprietà aziendale. L’ineguale sviluppo ha accentuato le disuguaglianze retributive tra le differenti zone del Paese, e sebbene la legislazione sul lavoro preveda un salario minimo obbligatorio, le tariffe effettive sono fissate dalle amministrazioni locali: dal 2024 Shanghai detiene il primato per il salario minimo mensile più elevato, mentre le province interne applicano parametri decisamente più bassi, riflettendo le difformità nel costo della vita presenti nelle varie regioni del Paese. Le disuguaglianze geografiche premiano nettamente le metropoli di primo livello, quelle più grandi, come Pechino, Shanghai, Canton e Shenzhen, dove i salari superano la media nazionale del 50-80%. Nelle città di secondo livello (come Hangzhou, Suzhou, Chengdu, Wuhan, Tianjin o Nanchino) le retribuzioni scendono del 15-30% rispetto ai centri urbani di prima fascia, per poi contrarsi del 30-50% nelle città più piccole. Su scala macro-regionale, la fascia costiera gode degli stipendi più alti, distanziando la Cina centro-occidentale (che comprende centri come Chengdu o Chongqing e province come Yunnan, Shaanxi e Xinjiang), mentre la regione che registra i livelli salariali più depressi rimane il Nord-Est (la tradizionale cintura industriale della Manciuria che comprende le province di Liaoning, Jilin, Heilongjiang e parte della Mongolia Interna).
Un ulteriore fattore determinante nella definizione dei livelli salariali risiede nella polarizzazione tra settore pubblico e privato. Nel decennio 2012-2022, il numero delle imprese private è passato da 10,86 milioni a quasi 47 milioni, arrivando a rappresentare, dal 79,4%, il 93,3% delle unità produttive totali. Questo fenomeno riflette il ridimensionamento e la ristrutturazione del capitalismo di Stato, che ha dismesso le realtà meno concentrate e competitive per focalizzarsi su quei settori considerati strategici. La grande maggioranza della forza lavoro urbana è sempre più prevalentemente assorbita dal settore privato, dove le aziende presentano dimensioni medie ridotte, minori garanzie e margini di redditività inferiori rispetto ai giganti statali.
Le grandi imprese di Stato, operando, spesso in regime di monopolio o di oligopolio, in ambiti cruciali quali energia, petrolchimico, telecomunicazioni, difesa, e beneficiando dei grandi progetti infrastrutturali nazionali realizzati negli ultimi decenni, garantiscono trattamenti retributivi e tutele sociali nettamente superiori. In settori come l’istruzione, ad esempio, i dipendenti privati percepiscono in media solo il 43,8% del salario dei colleghi impiegati nelle istituzioni statali. I dati dell’Ufficio Nazionale di Statistica dimostrano come le retribuzioni nel settore urbano non privato crescano a ritmi più sostenuti: l’anno scorso gli stipendi del comparto pubblico sono cresciuti del 14,2% rispetto al 2021, mentre i compensi del settore privato hanno conosciuto, nello stesso arco di tempo, incrementi del 9,8%.
Sebbene anche in Cina i livelli retributivi tendano ad essere correlati al grado di istruzione, negli ultimi anni questa relazione ha mostrato un’evidente attenuazione. Per decenni la laurea ha rappresentato una garanzia di accesso alle aziende pubbliche, alle grandi imprese private, e a salari progressivamente crescenti. Ma nell’ultimo periodo, anche in Cina, questo modello è entrato in crisi: il numero dei laureati che entra annualmente nel mercato del lavoro supera costantemente i dieci milioni, e a causa di questa offerta massiccia e di una domanda stagnante nei tradizionali settori impiegatizi, i salari iniziali per i neolaureati si sono ridotti in termini reali. In diversi settori si sono riallineati verso il basso, avvicinandosi a quelli dei lavoratori manuali o dei dipendenti impiegati nei settori meno tutelati contrattualmente, spesso occupati nel settore delle consegne o in altri lavori intermediati da piattaforme digitali. Un crescente numero di laureati opta per forme di lavoro flessibili e consegue titoli di studio superiori con minore frequenza: negli ultimi cinque anni la percentuale di laureati che cercano un lavoro flessibile è aumentata di 2,7 punti percentuali, passando dal 4,2% del 2021 al 6,9%. I laureati del Paese, stimati in 12,22 milioni nel 2026, devono affrontare un mercato del lavoro che offre meno opportunità rispetto alle fasi conosciute dalle generazioni precedenti1.
Hukou e stratificazione della forza lavoro
Le autorità hanno indicato la crescita dei redditi e la riforma del sistema di distribuzione salariale tra le priorità di un piano di riforme volto a proteggere il mercato del lavoro dall’impatto dell’intelligenza artificiale per i prossimi anni. Il South China Morning Post riporta che il progetto, voluto dal Ministero delle Risorse Umane e della Sicurezza Sociale, ha delineato un nuovo orientamento politico finalizzato a promuovere la contrattazione collettiva dei salari nel settore privato, a garantire la crescita salariale, a favorire le condizioni per un aumento degli stipendi dei lavoratori contrattualmente più deboli. Il piano giunge in un momento in cui l’ampio divario di reddito, soprattutto tra aree rurali e urbane, rimane una delle principali preoccupazioni nella seconda economia mondiale, con una serie di economisti allarmati che la rapida ascesa dell’intelligenza artificiale possa ulteriormente peggiorare la situazione2.
L’analisi della struttura sociale cinese e della natura della sua maturazione imperialistica rende fondamentale un interrogativo teorico di fondo: si può riscontrare nella Repubblica Popolare un’aristocrazia operaia? Nella concezione leninista, questo concetto individua uno strato di classe salariata garantito, altamente retribuito e con condizioni di vita agiate, tendenzialmente propenso ad assimilare valori e ideologie piccolo-borghesi in virtù dei privilegi di cui gode nella distribuzione dei sovrapprofitti imperialisti.
Nella realtà cinese, una simile frazione privilegiata di proletariato è identificabile come risultato della convergenza di tre fattori strutturali: 1) le elevate retribuzioni dei profili tecnici e altamente qualificati impiegati nei settori privati ad alto livello tecnologico (semiconduttori, microelettronica, telecomunicazioni, digitale, robotica, automazione, ma anche farmaceutica e finanza), 2) le condizioni occupazionali di cui godono comparti di classe occupati nelle grandi imprese statali, 3) il possesso del diritto di residenza urbana (hukou) nella città in cui si lavora.
Il sistema hukou, introdotto negli anni ’50 per regolare i flussi migratori e limitare il trasferimento demografico dalle campagne alle città, rappresenta lo strumento istituzionale fondamentale di questa segmentazione. Dividendo la popolazione tra residenti urbani e non, il sistema determina l’accesso ai diritti di cittadinanza sociale: sanità pubblica, previdenza aziendale, sussidi abitativi, istruzione per i figli, accesso privilegiato all’impiego nelle aziende statali o nella pubblica amministrazione. Quando i lavoratori rurali migrano verso le metropoli si vedono privati dell’accesso a tali prestazioni perché privi della residenza locale. Questo sistema contribuisce a creare un dualismo strutturale nel mercato del lavoro che si riflette spesso persino all’interno delle medesime unità produttive, dove a lavoratori stabili e garantiti, dotati di hukou urbano, assunti direttamente dall’azienda pubblica o dalle grandi multinazionali private, con contratti a tempo indeterminato, stipendi elevati, welfare aziendale e tutele sociali, si affiancano fasce di proletari precarizzate, contrattualizzate spesso da agenzie di somministrazione, con contratti a termine, subappalti, rapporti interinali, e costrette ad accettare salari più bassi, orari prolungati e l’assenza di adeguate coperture assistenziali e previdenziali.
L’aristocrazia operaia cinese si configura dunque come una frangia privilegiata di classe urbana. Il possesso dell’hukou metropolitano funge da strumento privilegiato di accesso alle migliori condizioni occupazionali. La massa dei migranti interni funge spesso da esercito industriale di riserva, contribuendo a mantenere elevata la svalutazione del costo complessivo del lavoro. In questo quadro, il divario di classe non si consuma unicamente nell’ambito produttivo, ma viene favorito dallo Stato attraverso politiche differenziate in termini di riconoscimento dei diritti sociali. L’aristocrazia operaia, godendo di migliori standard di vita e delle tutele riconosciute dal welfare metropolitano, tende a sviluppare con più facilità un orientamento conservatore, d’integrazione con l’ordine istituzionale esistente. Al contrario, il proletariato migrante rimane confinato in una condizione di subalternità giuridica ed economica.
La questione del sistema hukou si dimostra il perno attorno a cui si strutturano le gerarchie interne alla classe operaia, definendo chi possa accedere al rango di aristocrazia salariata e chi sia destinato, al contrario, ad alimentare la base precaria, vulnerabile e non tutelata del sistema produttivo cinese.
Note
1 “More Chinese graduates explore gig work as pay growth trails national averages: report”, South China Morning Post (edizione online), 15 giugno 2026.
2 “China to head off AI-fuelled inequality by lifting salaries, narrowing pay gap”, South China Morning Post (edizione online), 10 luglio 2026.
